ANTEPRIMA 'QUALCOSA DI INSOLITO'

13.02.2014 19:26
I LIBRI DI
 EMIL
Stefano Colli Qualcosa di insolito
 
Composizioni
49
 
Stefano Colli
Qualcosa di insolito
i libri di
EMIL
© 2014 Casa editrice Emil di proprietà Odoya srl
ISBN: 978-88-6680-088-0
I libri di Emil
Via Benedetto Marcello 7 – 40141 Bologna
 
www.ilibridiemil.it
 
 
Margherita non aveva voglia di dormire. Accarezzava affettuosamente il
manoscritto, come s’accarezza un gatto prediletto, e lo rigirava fra le mani,
esaminandolo da ogni lato, ora soffermandosi sul frontespizio, ora aprendo
l’ultimo foglio. Improvvisamente l’invase il terribile pensiero che tutto ciò
fosse una stregoneria, che a momenti i quaderni sarebbero scomparsi, essa si
sarebbe ritrovata, nella sua camera da letto nella palazzina e, svegliandosi,
avrebbe dovuto andare ad annegarsi. Ma questo fu l’ultimo pensiero terribile,
la ripercussione delle lunghe sofferenze che aveva patito. Nulla spariva,
l’onnipotente Woland era davvero onnipotente, e finché voleva, anche fino
all’alba, Margherita avrebbe potuto sfogliare i quaderni, contemplarli e
baciarli e rileggere le parole…
Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita
 
 
PARTE PRIMA
 
 
Il castello
 
1.
 
Quando guardiamo là fuori, verso le colline che si scorgono
dal finestrino del treno in corsa, sembra riannodarsi un nastro.
Tale visione produce una sorta di effetto ipnotico, in grado di
materializzare i ricordi e di farli diventare terribilmente pesanti,
di una pesantezza a tratti insostenibile. La cosa buffa è che, in
genere, mancano all’appello dettagli significativi, tasselli di un
puzzle che non si può interamente ricomporre. Forse è tipico
della nostra condizione: quando credi di aver capito, quando sei
sul punto di padroneggiare una situazione, ecco che l’incantesimo
si scioglie e resti come un allocco. Allora anche le poche
certezze che avevi incamerato si sciolgono come neve sferzata dal
gelido vento invernale. Un vento ammonitorio ma al contempo
salutare, che ti riporta a ciò che sei, fragile anello di una catena
che non tiene. Almeno la vista delle colline è gradevole e dolci
le loro insenature, come la brezza settembrina di questi giorni. Il
problema è ciò che non si vede, al di là dell’orizzonte.
Matteo stava riflettendo quasi a voce alta, solo com’era nello
scompartimento a quattro posti del treno che aveva preso appena
due ore prima, e già gli parevano un’eternità. Un ragazzo giovane,
poco più che trentenne, di corporatura piuttosto esile ma dal carattere
d’acciaio, proprio in virtù del quale aveva coronato il suo
sogno: trasferirsi dalla sua bella ma brumosa Ferrara in Nigeria,
dipendente di un’associazione umanitaria che si occupava della
formazione di bambini e adolescenti del luogo, in posti dimenticati
da Dio, dove il primo comandamento che veniva insegnato
era l’istinto di sopravvivenza. Il suo entusiasmo e il carattere tenace
e solare, dopo le iniziali diffidenze, lo avevano fatto benvolere da
tutti, in questo paese martoriato dove gli attentati ai cristiani erano
ormai all’ordine del giorno. Con buona pace dei genitori, pensio6
nati tranquilli ma apprensivi per quel figliolo, che avrebbero visto
bene verso altre destinazioni, specie dopo la sua laurea in lettere ad
indirizzo moderno. Ma per Matteo fare qualcosa a favore degli altri
era stata, sin da piccolo, un’autentica vocazione. Per ingannare il
tempo, in un viaggio che sarebbe durato ore, si decise a leggere il
Prometeo incatenato di Eschilo, la tragedia greca nella quale il Titano,
reo di aver rubato il fuoco sacro a Zeus, viene imprigionato
ad una roccia ai confini della Terra nella regione della Scizia. A
dire il vero, Matteo sapeva bene che doveva leggere quel libro: le
istruzioni al riguardo erano state molto perentorie. Peraltro, non è
che di per sé la cosa gli dispiacesse: pur essendo laureato in lettere
moderne, il mondo greco lo aveva sempre appassionato, soprattutto
le vicende di quel filantropo ribelle che lottava contro il potere
del capo degli dei dell’Olimpo, in un contrasto tra natura e cultura,
che è quanto di più ancestrale vi sia tra i motivi alla base della
civiltà occidentale. Il problema era il contesto, la situazione a dir
poco paradossale che stava vivendo da alcune ore. Aveva iniziato
da circa mezz’ora la sua lettura, quando, a distanza di pochi minuti
l’uno dall’altra, due passeggeri entrarono nello scompartimento a
incrinare il silenzio necessario per potersi concentrare: il primo fu
un uomo di mezza età, ben piantato, distinto e dal portamento
severo, che aveva tutta l’aria di essere un funzionario dell’agenzia
delle entrate (o almeno Matteo così se lo figurava); dopo poco, la
loro quiete fu scossa dall’apertura repentina e rumorosa della porta
scorrevole, dalla quale fece capolino una ragazza dai capelli rossi e
dall’aria assai disorientata. Aveva un che di strano, indubbiamente,
almeno ad uno sguardo convenzionale, quale era quello del signore
distinto, che la squadrava attento tentando di capire da che razza
di mondo fosse sbucata la tipa, a occhio e croce pressoché coetanea
di Matteo. Nonostante l’atteggiamento spaurito, la ragazza si mostrò
subito estremamente loquace. Si chiamava Elène, era francese
e parlava un italiano corretto, per via dei nonni materni. Sin dalle
sue prime frasi, tuttavia, ella mostrò un comportamento decisamente
bizzarro: “Scusate, ma non sono abituata a questi vestiti.
Comodi, per carità, e poi non è che io sia mai stata troppo attenta
all’etichetta e ai formalismi, ma questi jeans o come si chiamano
non mi vanno a genio. Alla velocità dei treni riesco ad abituarmi,
ma a questi ed altre cose, proprio no”.
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“Mi scusi, signorina, ma al giorno di oggi non esistono solo i
jeans. Non poteva indossare qualcosa di più… diciamo comodo
per le sue esigenze?” si permise di intervenire il signore di mezza
età. “Beh, è tutto ciò che ho trovato quando mi sono risvegliata;
non è che ci fosse chissà cosa, in quell’armadio e poi, vedere quel
video, Dio mio, mi ha piuttosto sconvolta…”.
I due uomini si guardarono sbigottiti, pur non replicando alla
inconsueta affermazione. “Dov’è diretta, signorina? Scusi se mi
permetto…” chiese l’uomo distinto. “Mah, nel biglietto che mi
è stato dato è indicata una località… mai sentita, deve essere in
Moravia o che so io…”.
Matteo ebbe come un sobbalzo, senza però darlo a vedere.
“No, io mi fermo a Vienna, motivi di lavoro” rispose l’uomo, ma
sono stato da quelle parti, gran bei posti. Va in vacanza?”
“Anche io sono diretto là, credo che la signorina abbia vinto,
come il sottoscritto, un viaggio premio legato ad un concorso
Vodafone…” si affrettò a dire Matteo.
“Un concorso che…?” fece trasecolata Elène.
“Beh, sì, certe volte le clausole del contratto non sono troppo
chiare, oppure ti avrà fatto una sorpresa qualcuno dei tuoi parenti…”
esternò Matteo, con l’aria sempre più inebetita. “I miei
parenti? Sono morti tutti!”
“O povera ragazza” sbottò l’uomo distinto “che vita sfortunata!
Ma così giovane, già ha perduto tutti i parenti?”
“Altro che, quel maggio fu davvero terribile… del resto ne
avrà sentito parlare, no? Della Comune di Parigi, intendo!”
Il signore distinto rimase di stucco e i suoi occhi assunsero uno
sguardo fisso, come se si fossero pietrificati all’istante. Proprio in
quel momento entrò il controllore, il che consentì di allentare
la tensione che si respirava nello scompartimento. Ad un tratto,
mentre il funzionario esaminava il biglietto della ragazza, Matteo si
avvicinò all’orecchio dell’uomo di mezza età bisbigliandogli: “Stia
tranquillo, la assecondi. Ha problemi psichiatrici e io ho il compito
di accompagnarla in una clinica specializzata in Moravia. I suoi
le hanno tentate tutte, ma niente da fare”. L’uomo, tra l’imbarazzato
e il perplesso, rispose annuendo con la testa, sebbene i suoi
dubbi non si fossero certamente dissipati. Si domandava, prima di
tutto: se le cose stavano così, perché la tipa girava regolarmente da
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sola nel treno ed era entrata dopo di lui? Quesito legittimo, ma le
sue domande sarebbero destinate a rimanere senza risposta.
Una volta allontanatosi il controllore, l’uomo uscì dallo
scompartimento con un sorriso gentile e imbarazzato, dicendo
che aveva bisogno di un bagno. Fu allora che Matteo colse l’occasione
per intervenire: “Ascolta, Eléne o come ti chiami, ma ti
ha dato di volta il cervello? Manca poco che quel povero diavolo
ci restava secco!”
“Beh, mi è scappata… ma allora, scusa, come dovrei comportarmi?
Io non sono mai stata in grado di mentire. Tutto ciò mi
pare così assurdo. Ma allora tu sei…”
“Esattamente. Qualcuno ha stabilito che dovessimo incontrarci
e io badare a te. Assurdo o no – replicò il ragazzo – le cose
stanno così. E poi certe volte mentire è necessario. Come in questo
caso. Serve ad evitare guai peggiori”.
“Mentire è tipico della borghesia. Sì, ecco, è la falsa coscienza
della borghesia. Anche tu sei uno di loro, per caso?”
“Senti bella, io non sono affatto borghese come pensi tu. Nella
mia vita ho sempre difeso i più deboli, fino a rischio… beh, è
inutile che continui. Spesso ti sembra di combattere contro i mulini
a vento, di scontrarti con poteri che stanno dietro un muro
invalicabile. Nonostante ciò, non mi pento delle scelte fatte. Ti
assicuro che gli sguardi di quei poveri bambini indifesi ti ripagano
di ogni sofferenza e ti danno la garanzia che almeno esisti e
stai facendo qualcosa per cui valga la pena vivere”.
“Sì, non lo metto in dubbio, è un’iniziativa lodevole. E tuttavia,
non risolve il problema alla radice, ne sposta solo la traiettoria.
I burattinai che reggono i fili restano al loro posto”.
“Lo so, ma nonostante gli sforzi fatti, quand’anche sia stato
possibile sostituirli, sono spuntati altri burattinai non meno spietati
di loro. Hai visto il video, sì?”
Eléne abbassò lo sguardo e dai suoi occhi verde smeraldo uscirono
alcune lacrime di sconforto. “Sì, l’ho visto. E mi pare tutto
così pazzesco…”
Evidentemente, chi reggeva i fili della matassa aveva predisposto
l’incontro tra i due giovani e che Matteo sostenesse in qualche
modo la bella Eléne. Assurdo o bizzarro che fosse, questo era
il labirinto delineato per le loro vite. Perché e verso quale meta?
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2.
 
Faceva piuttosto caldo, per essere settembre. Quella stanza,
poi, era esposta al sole per almeno metà della giornata. Salvatore
fu svegliato dalla luce che penetrava discretamente dalla persiana
appena socchiusa. Aprì gli occhi, sollevò leggermente la testa
verso il soffitto, finché il suo sguardo non colse, ad uno degli
angoli estremi della parete, un ragnetto intento a tessere la sua
ragnatela, già piuttosto fitta.
A dire il vero, egli scorse prima la ragnatela e solo in un secondo
momento il suo artefice: fu semplice distinguerla, poiché
la penombra in cui era avvolta la stanza contrastava, secondo una
irripetibile gradazione cromatica, con l’angolo all’estrema sinistra
del soffitto, dove i fiochi raggi solari filtrati dalle persiane
immortalavano il capolavoro ingegneristico dell’alacre animaletto.
Situazione strana e paradossale: in un altro contesto, l’uomo
avrebbe potuto in ogni momento distruggere con un colpo di
scopa quel prodotto della natura e costringere il ragno a ricominciare
daccapo, sempre che fosse riuscito a filarsela in tempo.
Adesso, il gioco appariva rovesciato: l’essere umano lì, in procinto
di uscire dal torpore nel quale era avvinto da chissà quanto
e l’animale lassù, a vegliare su di lui, decisamente più padrone
della situazione e in grado di poter magari prevedere la prossima
mossa dell’avversario. Salvatore, ancora intorpidito dal suo
lungo sonno, ebbe ad un certo punto come un sussulto, misto a
raccapriccio, un qualcosa che proveniva da chissà quale remoto
e ancestrale scompartimento dell’animo: la ragnatela stava lì, per
una semplice quanto perversa associazione di idee, a ricordargli
la sua condizione di persona inchiodata in un letto, che non
ricordava né chi era né da dove veniva. Lo stato d’animo, angosciato
e attonito, di questo povero diavolo non è assolutamente
descrivibile. Con i muscoli ancora indolenziti, rimasti fermi per
un periodo umanamente non calcolabile, Salvatore si alzò lentamente,
come se stesse rinascendo a nuova vita (e in un certo
senso era proprio così…); una volta messosi a sedere, con la testa
fra le mani, confuso e abbattuto da una prostrazione quasi metafisica,
che pareva prosciugargli le viscere, egli iniziò a pensare,
ma più si sforzava di ricordare, più il mal di testa manifestatosi
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al momento del risveglio pareva tormentarlo con maggiore veemenza.
Si alzò muovendosi dapprima quasi a tentoni, poi, presa
confidenza con il pavimento come un bambino che sta imparando
a nuotare, cominciò a muoversi lungo la stanza, pur avendo
sempre la sensazione di annaspare per mancanza di ossigeno. A
momenti gli sembrava di riemergere, ma quando qualche vago
ricordo finalmente era sul punto di riaffiorare, allora ricompariva
la nebbia e Salvatore tornava giù, in procinto di affogare, e stavolta
per sempre.
La stanza, spartana ma confortevole, aveva una scrivania adagiata
contro il muro, vicino alla finestra; al centro di essa si notava
una lettera, indirizzata proprio a lui ed un libro. Salvatore aprì
la missiva. Il suo contenuto era essenziale come l’arredamento
della camera e forniva alcune basilari informazioni: diceva che
nell’armadio c’erano dei vestiti, indicava un cassetto con dentro
una cartina della città, conteneva un biglietto per il treno e uno
per l’autobus e soprattutto… invitava ad accendere il televisore
al centro della stanza e a guardare la cassetta adagiata appena
fuori dal videoregistratore, appoggiato sul carrello che ospitava
la TV. Egli rimase sempre più basito, anche perché era la prima
volta che vedeva un aggeggio del genere. Da ultimo, consigliava
caldamente di leggere il testo posto sulla scrivania: l’Aiace di
Sofocle. Da ragazzo egli aveva letto qualcosa del grande tragediografo,
ma non questa opera. D’altra parte, il contesto gli pareva
assai bizzarro e il pensiero dell’eroe omerico si defilò nella sua
mente confusa. Gli venne poi spontaneo fare una cosa che fino a
quel momento era rimasta in secondo piano: guardarsi addosso.
Indossava una divisa, che aveva tutta l’aria di essere militare. Si
guardò allo specchio e il suo disagio non fece che aumentare.
Non si riconosceva, non sapeva chi era. Un incubo, pensò. Ad
un tratto percepì un rumore forte venire da fuori: il boato di un
aereo. Il mal di testa si fece più acuto, fino a quando… ebbe un
barlume, che divenne via via più nitido. E una parola iniziò a
ronzargli nella testa, sempre più insistente: Salò. Sì, quella divisa
apparteneva ai combattenti di Salò. Per la precisione, alla tristemente
famosa X MAS. I ricordi cominciarono ad affluire sempre
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più copiosi. La decisione di arruolarsi, i contrasti in famiglia,
specie con il fratello, le marce, i combattimenti. Gli ritornò familiare
quel fatidico 8 settembre, spartiacque per la vita di tanti
connazionali. Proprio quando gli sembrava di aver raggiunto un
certo equilibrio, Salvatore sobbalzò rischiando di cadere: il suo
sguardo era caduto sul calendario al muro. Era girato al 4 luglio
(sebbene fossimo a settembre), ma a procurargli sgomento fu la
data: 2012. A questo punto, la chiave di tutto non poteva essere
che il televisore. Del resto, la breve lettera sconsigliava risolutamente
di intraprendere qualunque altra azione non contenuta
nelle sue poche righe. Accese la TV e adagiò la cassetta dentro
il video registratore. Il filmato partì. Era di carattere storico, accompagnato
da una cronaca chiara e lapidaria. Iniziava dall’invasione
tedesca della Polonia e finiva con un resoconto sull’attuale
crisi economica. Circa un’ora e mezzo in tutto. I momenti più
difficili per il nostro personaggio furono due: le scene di piazzale
Loreto e soprattutto, Auschwitz. Salvatore iniziò a piangere: un
pianto fatto di rabbia e incredulità, che si tramutò in un’autentica
crisi quando guardò nuovamente la data del calendario. Gli
venne l’impulso di gridare fuori dalla finestra, di uscire in mezzo
alla strada e chiedere aiuto, ma sapeva che tutto sarebbe stato
inutile. Del resto, il post scriptum con cui si concludeva la lettera
non lasciava adito a dubbi: “Seguite le istruzioni. Non esistono vie
di fuga. Non ci sono perché”. Più i ricordi si facevano ormai nitidi,
maggiore era lo sgomento che si impossessava del suo animo.
La dinamica degli eventi era chiara, il come. Sul perché, risultava
impossibile qualunque congettura. Salvatore guardò verso la
ragnatela all’angolo del muro: se ne stava lì, quasi ad incombere
sulla stanza, simile in questo al Fato avverso che condusse il prode
Aiace al suicidio, come se fosse in quel punto da sempre. Del
suo artefice, al momento, nessuna traccia.
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3.
Praga è una città regale, con quelle guglie imponenti che sembrano
incombere sugli esseri umani così piccoli e inermi rispetto
alla sua magnificenza; tuttavia, quando ci si confonde nelle
strade del centro storico, essa appare magicamente a misura
d’uomo, accogliente anche per chi vi metta piede per la prima
volta. Quando il crepuscolo avvolge ogni cosa per annunciare
l’imminente apparizione della notte, le persone iniziano ad essere
investite da un comune destino, da scenari imprevisti in grado
di modificare le rispettive esistenze sulla base di un copione che
sfugge in buona parte alla loro volontà.
La Praga vissuta da Katharina è decisamente diversa da quella
di oggi. Essa ha provato sulla sua pelle gli orrori dei due estremi
che si toccano: l’occupazione nazista e, per molto più tempo,
la morsa opprimente del comunismo sovietico. Era appena una
bambina quando Heydrich, il vice di Himmler, fu ucciso dalla
resistenza in un sobborgo della città. Aveva fissato gli occhi della
sorella, Milena, catturata dai nazisti per essere deportata ad
Auschwitz. Lo aveva fatto per pochi secondi, che valgono però
un’eternità, quando in gioco c’è la vita e la consapevolezza che
non puoi far nulla per chi se ne sta andando in un luogo dimenticato
da qualunque tipo di pietà, umana e divina. La colpa
di Milena era quella di essere la ragazza di un giovane affiliato
alla resistenza. Il fratello, Pavel, sparì senza lasciar traccia decenni
dopo, in seguito a quella Primavera di Praga a cui partecipò
con entusiasmo. Il rosso e il nero: per Katharina, due facce della
stessa medaglia. Una mattina si svegliò e Pavel si era dissolto nel
nulla, come cenere spazzata via dal vento. Di lui non si seppe
più niente. Sebbene sia difficile fare paragoni tra due disumane
nefandezze, ella non si dava pace di ciò che era capitato al fratello
assai più del viaggio senza ritorno di cui era stata vittima Milena:
di quest’ultima almeno conosceva la destinazione, ma Pavel era
sparito nel nulla e per quel regime spietato era come se non fosse
mai esistito. Lei sapeva cosa vuol dire vivere la morte dell’anima,
essere schiavi di un sistema che controlla capillarmente i meandri
più reconditi dell’esistenza privata delle persone. Il futuro
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diventava un miraggio, qualcosa che scompariva persino dal vocabolario
quotidiano. Si ricordava bene del racconto della sua
amica, Karina, una storia che difficilmente si può dimenticare.
Lei e il marito si erano procurati una copia clandestina, in inglese,
di 1984, il capolavoro di George Orwell. Volevano leggerlo
da tanto tempo. Avevano preso tutte le precauzioni del caso, chi
glielo aveva fatto avere era gente fidatissima; nonostante ciò, una
sera la polizia fece irruzione nel loro appartamento e cominciò a
mettere a soqquadro tutto ciò che capitava a portata di mano. Poi
minacciarono di torturare Karina e il coniuge, Andreas, fu costretto
a rivelare il nascondiglio. Quando Andreas fu interrogato
dai poliziotti, lei dovette rimanere fuori dalla stanza. Capì subito
il motivo e non era certo un gesto di clemenza. Le urla dell’uomo
echeggiavano lungo tutto l’edificio. La porta fu lasciata socchiusa
affinché Karina udisse; a restarle impresso fu il rumore sinistro
delle ossa che si spezzano e quello della carne bruciata. Una volta
che la giovane provò a piangere ad alta voce, più intense furono
le grida di Andreas che le sue orecchie dovettero sopportare. I
due vennero rilasciati (e il partito andava perfino ringraziato per
un simile gesto) e non ebbero più voglia di leggere alcunché. Il
ragazzo non poté avere figli e soffrì per il resto della sua vita di
attacchi di panico, oltre ad essergli rimasta un’invalidità permanente
alla mano sinistra.
Anche per il marito di Katharina le cose non si erano messe
bene: essere amico del drammaturgo Vaclav Havel ti imprimeva
il marchio del deviazionista, di uno che usciva pericolosamente
fuori dai canoni stabiliti dal potere. Egli, da promettente scrittore
anticonvenzionale e fuori dagli schemi del partito, fu declassato a
modesto usciere di uno dei tanti uffici nei quali grigi e ottusi burocrati
vegetano, dicendo sì ai dettami della nomenclatura, alla
stregua di marionette senz’anima.
Dopo un’esistenza vissuta quasi in apnea, la donna credeva di
essersi meritata almeno un po’ di pace, invece quella lettera aveva
sconvolto il suo equilibrio. Nuovamente sembrava incombere
su di lei una forza oscura, inafferrabile, che la costringeva a fare
qualcosa senza un perché.
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Ironia della sorte, non aveva avuto modo di assistere neanche
agli eventi del fatidico ’89, sicché quando vide la cassetta, lacrime
di commozione solcarono, discrete, i suoi occhi cerulei. Del
resto, durante tutta la sua vita era stata costretta a fare ogni cosa
con circospezione, a celare anche i propri sentimenti. Adesso non
poteva neanche godersi la libertà da un sistema che le aveva rubato
la parte migliore dell’esistenza: l’aspettava un treno per la Moravia,
verso una destinazione che nessuno, al momento, era in
grado di spiegarle. Ammesso che per lei ci fosse mai stato posto
per qualunque genere di spiegazione. Fino ad ora, forse meglio di
chiunque altro aveva sperimentato la veridicità di quelle parole
impresse nella lettera: “Seguite le istruzioni. Non esistono vie di
fuga. Non ci sono perché”.
Le istruzioni le aveva sempre seguite, senza un motivo, e stavolta
non se la sarebbe sentita di ricominciare, proprio per il fatto che
vie di fuga non ne esistevano. L’unica cosa che aveva iniziato a fare,
lei che era sempre stata un’appassionata lettrice, fu cominciare il libro
che le laconiche righe della missiva le avevano affidato in lettura:
l’Antigone di Sofocle. Lo aveva già letto almeno una trentina di
anni prima, clandestinamente, perché le vicende dell’eroina tebana
serbavano un significato altamente simbolico per il regime: Antigone
chiede al tiranno di Tebe Creonte che le spoglie del fratello
Polinice siano degnamente sepolte, ma egli rifiuta, perché quest’ultimo
si è macchiato di un reato gravissimo, visto che ha mosso
guerra alla sua città, Tebe appunto, per riprendersi quel potere che
il fratello Eteocle gli ha usurpato, violando il patto che prevedeva
l’alternarsi al governo della polis ad anni alterni dei due figli di
Edipo. Creonte, in nome della ragion di stato, rifiuta la sepoltura
di Polinice, decretando che le fiere facciano scempio del suo corpo,
ma Antigone gli dà una sommaria copertura e si contrappone
così al re tebano in virtù di qualcosa che è per lei superiore alle
stesse leggi: la pietà umana e le leggi non scritte degli dei. La carica
sovversiva di questo testo nei regimi comunisti è evidente e nella
tragedia sofoclea si immedesimava, ora molto più che in passato,
la povera Katharina. Chi aveva scritto le istruzioni contenute nella
lettera doveva conoscerla molto bene.